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Nabucco
Dramma lirico in quattro parti di Temistocle Solera, dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu e dal ballo Nabuccodonosor di Antonio Cortesi
Musica di Giuseppe Verdi 1813-1901
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 9 marzo 1842

Personaggi
Vocalità
Abdallo
Tenore
Abigaille
Soprano
Anna
Soprano
Fenena
Mezzosoprano
Il gran sacerdote di Belo
Basso
Ismaele
Tenore
Nabucco
Baritono
Zaccaria
Basso
Note
Originariamente eraNabucodonosor, nella partitura autografa di Verdi e nella prima edizione a stampa, ma lo stesso Verdi usò sempre in seguito il titolo abbreviato,Nabucco, per la sua terza opera nonché primo dei numerosi trionfi che segnarono la sua lunga carriera. La storia della composizione diNabuccomescola romanzescamente verità e fantasia nel libroVolere è potere(1869) di Michele Lessona e nelRacconto autobiografico, presumibilmente dettato da Verdi a Giulio Ricordi nel 1879. Entrambe le fonti ci raccontano, in modo più o meno fantasioso, come l’impresario della Scala, Bartolomeo Merelli, nel periodo successivo alla composizione diOberto, conte di San Bonifacio, offrì a Verdi un contratto per tre opere da scrivere in otto mesi, tra cui un’opera buffa,Un giorno di regno, che cadde clamorosamente alla prima esecuzione; Merelli non diede peso a questo evento e confermò comunque la sua fiducia in Verdi, offrendogli di musicare un libretto –Nabucodonosorappunto – che era stato rifiutato dal giovane compositore prussiano Otto Nicolai. Per quanto non sia possibile stabilire con certezza quando Verdi mise mano aNabucco, è stato ipotizzato (Parker) che l’inizio della composizione non sia avvenuto prima del maggio 1841. Prima fonte del libretto di Temistocle Solera è naturalmente la Bibbia, letta nella traduzione di Giovanni Deodati, come testimoniano le citazioni apposte a capo delle varie sezioni del libretto. I riferimenti alla Bibbia riguardano in particolare il regno di Giuda e la sua invasione da parte del re babilonese Nabucodonosor nel 587-586 a.C., quando fu saccheggiato il tempio di Gerusalemme, cui seguì la deportazione dei vinti in Babilonia, dove circa mezzo secolo dopo furono liberati; nel racconto biblico non figurano però né Ismaele – nipote di Sedecia re di Gerusalemme – né Abigaille, e neppure Fenena. Altre fonti più vicine al libretto di Solera sono il dramma franceseNabuchodonosordi Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu, rappresentato nel 1836 al Théâtre de l’Ambigu-Comique di Parigi, tradotto dopo circa due anni in italiano, e il ballo storicoNabuccodonosordi Antonio Cortesi, rappresentato alla Scala il 27 ottobre 1836. Frutto della fantasia di Solera è invece l’amore non corrisposto di Abigaille per Ismaele, che non trova riscontro in alcuna delle fonti citate.

Se la rielaborazione delle varie fonti operata da Solera non aveva convinto Otto Nicolai, che volentieri aveva lasciato libero il libretto diNabuccoscrivendo che una rabbia perpetua, spargimento di sangue, maledizioni, frustate e omicidi» non erano un soggetto adatto a lui, tale soggetto era stato evidentemente giudicato funzionale allo sviluppo drammaturgico della propria opera da Verdi che, certo del risultato cheNabuccoavrebbe sortito, intraprese un braccio di ferro con Merelli al fine di vedere l’opera inserita nel cartellone della stagione di carnevale-quaresima 1842. Per l’impresario non era consigliabile infatti figurare in un cartellone che contemplava nomi di compositori più illustri, quali Donizetti, Pacini, Bellini, e proponeva che si rimandasse l’opera a primavera. Ma Verdi non ci sentiva: secondo quanto narra ilRacconto autobiografico, egli insistette caparbiamente per carnevale, anche perché ilcastdi quella stagione comprendeva il soprano Giuseppina Strepponi e il baritono Giorgio Ronconi. Nonostante le pessime condizioni vocali della Strepponi nel ruolo di Abigaille (condizioni talmente critiche da costituire probabilmente la causa del taglio, a partire dalla terza recita, dell’agonia di Abigaille che chiude l’opera) e le scene e i costumi, raffazzonati alla meglio, l’opera andò in scena il 9 marzo 1842 con un successo tale da venire ripresa settantacinque volte solo alla Scala entro la fine dell’anno.

Atto primo. ‘Gerusalemme’. All’interno del tempio di Salomone, Ebrei e Leviti invitano le vergini ebree a pregare per la salvezza di Israele, poiché il re d’Assiria, Nabucco, ha attaccato gli Ebrei (coro “Gli arredi festivi”). Entra il pontefice Zaccaria, dicendo che Dio ha tratto in suo potere Fenena, figlia di Nabucco: lei forse potrà far ritornare la pace; invita perciò gli Ebrei a confidare nel loro Dio (cavatina “D’Egitto là sui lidi”). Improvvisamente si sentono grida: arriva Ismaele, nipote di Sedecia re di Gerusalemme, annunciando che Nabucco si sta avvicinando furibondo. Zaccaria affida Fenena a Ismaele, predicendo rovina al Dio di Belo (cabaletta “Come notte a sol fulgente”). Intanto Ismaele, innamorato di Fenena e trovatosi solo con lei, ricorda quando, nelle vesti di ambasciatore di Giuda, andò in Babilonia e, imprigionato, fu salvato da Fenena: sia dalla prigione, sia dall’amore furente della di lei sorella, Abigaille. Fenena gli rammenta la sua attuale condizione di schiava, e Ismaele le giura che le renderà la libertà; ma, mentre sta per aprire una porta segreta da cui fuggire, entra Abigaille, schiava creduta figlia primogenita di Nabucco, seguita da alcuni guerrieri babilonesi travestiti da Ebrei. Sorpresi i due amanti, ella accusa Ismaele di tradire la patria per una donna babilonese e grida vendetta, confessando di averlo amato e di avergli offerto anche il regno di Babilonia; sentendosi schernita, ha mutato ora il suo amore in odio, ma si dichiara pronta a salvarlo se Ismaele cambierà partito (terzettino “Io t’amava!...”). Gli Ebrei sono in preghiera nel tempio, quando giunge la notizia che Nabucco a cavallo si sta avvicinando. S’avanza anche Abigaille, inneggiando a Nabucco: è lei che ha aperto il passo ai guerrieri babilonesi, che ora fanno irruzione nel tempio. Segue anche Nabucco, che viene affrontato da Zaccaria; questi minaccia di uccidere Fenena, che tiene in pugno, se Nabucco osasse profanare il tempio. Mentre Zaccaria sta per vibrare il colpo su Fenena, Ismaele ferma il pugnale; la fanciulla corre fra le braccia di Nabucco, che annuncia tremenda vendetta.

Atto secondo. ‘L’empio’. Abigaille ha in mano uno scritto che ha sottratto a Nabucco, nel quale si attesta la sua nascita servile; per questo motivo Nabucco ha destinato il trono alla figlia minore, Fenena, mentre Abigaille è tenuta in schiavitù. Questa sua condizione la rende furente contro tutti, al punto da minacciare di morte Fenena, il finto padre Nabucco e il regno (aria “Anch’io dischiuso un giorno”). Il gran sacerdote di Belo avverte Abigaille che Fenena sta liberando gli Ebrei, per cui il popolo assiro acclama regina Abigaille (cabaletta “Salgo già del trono aurato”). Nella reggia Ismaele incontra i Leviti che gli intimano di fuggire, maledicendolo perché ha tradito il suo popolo (coro “Il maledetto non ha fratelli”). Sopraggiunge Anna, che dice di aver pietà di Ismaele: ha salvato un’ebrea, Fenena, che si è infatti convertita al dio di Israele. Entra Abdallo, dicendo che è stata annunciata la morte di Nabucco e che Abigaille è invocata regina. Abigaille intima a Fenena di renderle la corona; ma entra Nabucco e, strappata la corona dalle mani di Abigaille, la sfida a prenderla dal suo capo (“S’appressan gl’istanti”). Nabucco ripudia il dio di Babilonia, che ha reso i babilonesi traditori e quello degli Ebrei, che li ha posti in suo potere e, in un impeto d’orgoglio, dichiara se stesso dio. A questa affermazione scoppia un fulmine; Nabucco sembra avere sul volto le tracce della follia: sconvolto, cade, invocando l’aiuto di Fenena (“Chi mi toglie il regio scettro”), mentre Abigaille raccoglie la corona.

Atto terzo. ‘La profezia’. La scena si apre negli orti pensili di Babilonia. Abigaille è sul trono; il sacerdote di Belo invoca la morte per tutti gli Ebrei e per Fenena per prima, in quanto traditrice di Belo. Entra Nabucco, con vesti lacere e barba incolta; Abigaille ordina di rinchiuderlo nelle sue stanze, poiché ha perso il senno, ma Nabucco rivendica il suo trono e affronta Abigaille chiedendole come osa sedervi. La donna dice di averlo occupato per il bene di Belo quando lui era demente e invoca lo sterminio degli Ebrei. Nabucco è perplesso, Abigaille lo accusa di essere un vile; egli firma allora l’ordine, ma quando si rende conto che in questo modo ha condannato anche Fenena vorrebbe tornare sui suoi passi. Abigaille non lo permette, e dice che avrà lei come figlia; furibondo, Nabucco la appella schiava e cerca il foglio che attesta la sua nascita servile, ma è Abigaille a trarlo dal seno e a farlo in pezzi (duetto “Donna, chi sei?”). Abigaille fa condurre in prigione Nabucco, il quale chiede di rendergli almeno Fenena. Intanto, sulle sponde dell’Eufrate, gli Ebrei incatenati e costretti al lavoro pensano con nostalgia alla loro patria (coro “Va pensiero sull’ale dorate”); arriva Zaccaria, che profetizza la futura liberazione del suo popolo (“Del futuro nel buio discerno”).

Atto quarto. ‘L’idolo infranto’. Negli appartamenti della reggia Nabucco è assopito; si sveglia ansante al suono di guerra, e crede che Belo stia cadendo in mano agli Ebrei: si affaccia alla finestra e vede Fenena tratta a morte in catene. Cerca di uscire, ma si rende conto di essere rinchiuso; disperato, si tocca la fronte e domanda perdono al Dio degli Ebrei (aria “Dio di Giuda!”). Fa per aprire con violenza la porta, sentendosi ormai guarito e rinvigorito, prende la spada di Abdallo e corre a salvare Fenena (cabaletta “O prodi miei seguitemi”). Intanto negli orti pensili il sacerdote di Belo attende Fenena, che si prepara al martirio (“Oh dischiuso è il firmamento”). Irrompe Nabucco, con Abdallo e i guerrieri; cade l’idolo, e Nabucco narra di come il Dio di Giuda lo rese demente quand’era tiranno, facendo anche impazzire Abigaille che nel frattempo ha bevuto il veleno. Tutti si inginocchiano e rendono grazie a Dio (“Immenso Jeovha”). Entra Abigaille, in fin di vita, sorretta da due guerrieri: chiede perdono a Fenena, benedicendo il suo amore con Ismaele; muore implorando la pietà di Dio (aria “Su me... morente... esanime”), mentre Zaccaria saluta Nabucco re dei re.

La fortuna diNabuccoè strettamente legata al successo di una delle pagine più celebri, il coro “Va pensiero” che, erroneamente, certa critica sostiene essere stato bissato alla prima esecuzione, laddove fu invece il coro “Immenso Jeovha” a essere replicato. In realtà “Va pensiero” costituisce il fulcro ideale di un’opera che, se contempla naturalmente passioni individuali (l’amore tra Fenena e Ismaele, il conflitto tra Abigaille e Nabucco, l’amore paterno di Nabucco per Fenena), è fortemente connotata come dramma corale che si articola attraverso una serie di ampi pannelli. Non è dunque un caso che già dalla sinfonia, in cui, come di consueto, si concentra l’essenza drammatica dell’intera partitura, il tema presentato come principale sia quello della fermezza degli Ebrei di fronte alla persecuzione, seguito dal tema della maledizione di Ismaele. Per questo suo carattere una delle opere che più spesso si richiamano a modello ideale diNabuccoè ilMoïse et Pharaondi Rossini, opera eminentemente corale. A questa impostazione del dramma come scontro di popoli corrisponde una concezione della partitura estremamente massiccia, connotata da una forte presenza degli ottoni, trattati spesso con una scrittura corale, e dalla banda. Rimane naturalmente lo spazio anche per il dramma intimo, come quello di Abigaille alla fine dell’opera: uno dei momenti più toccanti della partitura, dove il canto franto della schiava morente è orchestrato con mano leggerissima (corno inglese, arpa, violoncello e contrabbasso soli); o il momento altissimo della follia di Nabucco, alla fine della seconda parte, dove l’ampia gamma emotiva del protagonista (follia, terrore, pianto, svenimento) è condensata con una straordinaria ed efficacissima economia di mezzi. La grandezza della partitura diNabuccosta proprio in questa nuova capacità verdiana di far prevalere sempre e comunque il dramma, e funzionale a questo esito è la messa a fuoco di un procedimento che sarà fondamentale nello sviluppo della produzione successiva, vale a dire l’individuazione di un conflitto tra personalità incarnate in tipi vocali (baritono/basso, conflitto che diverrà tipico in Verdi, e che si attua qui tra Nabucco e Zaccaria; o baritono/soprano: Nabucco/Abigaille). Vi è poi inNabuccol’immissione di quella larga vena di melodismo popolare che pervaderà tutti i cori ‘patriottici’ fino allaBattaglia di Legnano.

Durante l’OttocentoNabuccoconobbe moltissime riprese. In occasione di una di queste (Venezia, La Fenice, 26 dicembre 1842) Verdi scrisse una ‘romanza’ in sostituzione della ‘preghiera’ di Fenena “Oh dischiuso è il firmamento”, per assecondare le richieste dell’interprete, il soprano Almerinda Granchi, che considerava la sua parte sacrificata rispetto a quella di Abigaille. Un’altra modifica da registrare – non suggellata dalplacetdi Verdi, ma interessante dal punto di vista storico, soprattutto per i sostenitori del carattere risorgimentale diNabucco– è la modifica apportata a un verso significativo della cabaletta di Zaccaria “Come notte a sol fulgente”: fino al 1848 Zaccaria cantava impunemente “Che sia morte allo stranier”; fu solo a partire dalle riprese successive, quando la censura divenne più rigida e la repressione più serrata, che questa frase fu occasionalmente sostituita.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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